Nei mesi scorsi è capitato più di una volta di leggere o vedere, sui media internazionali, notizie riguardanti la minoranza religiosa berberofona dei Mozabiti del centro-sud dell’Algeria. Questa minoranza laboriosa e discreta è per lo più sconosciuta al di fuori del paese nordafricano. Ci sono stati numerosi scontri nel passato con la popolazione araba degli Scianba, loro corregionali, ma mai avevano raggiunto l’intensità attuale né erano durati così a lungo. Complice di questo deterioramento della situazione: il profondo disagio sociale del Sud algerino, la disgregazione dello stato algerino e l’eco delle guerre interconfessionali del Medio oriente.

Una minuscola minoranza religiosa e linguistica

ghardaia-policeI Mozabiti (Ath-Mzab nella loro lingua) sono una piccola popolazione di meno di 100.000 anime che abita la valle del M’zab, nella provincia di Ghardia, il cuore dell’immenso Sud algerino. Parlano Tamzabt, una variante dell’Amazigh, l’antica lingua del nordafrica, e praticano un rito musulmano minoritario: il rito Ibadita.

Gli storici fanno risalire la fondazione delle comunità mozabite all’incontro, verso la fine del primo millennio, dei profughi sopravvissuti del regno dei Rostumidi con le tribù berbere che popolavano la valle del M’zab fin dai tempi più antichi. La dinastia dei Rustumidi aveva regnato sul centro e sull’est del Maghreb dall’inizio dell’ottavo secolo dopo Cristo finché quest’area cadde nelle mani del regno dei Fatimidi nel 909. Il loro regno, la cui capitale era Tihert (oggi Tiaret, città del nord-ovest dell’Algeria) era stato fondato da ribelli kharigiti di rito Ibadita scappati dalla repressione dell’impero Omayyade in Oriente.

Oggi i musulmani di rito Ibadita sono una piccolissima minoranza nel mondo musulmano. Si trovano, oltre che nella valle del M’zab, in pochi altri luoghi. Il sultanato dell’Oman (con circa 900.000 abitanti) è attualmente l’unica nazione dove la confessione maggioritaria è l’Ibadismo. Altrove resiste solo in piccole comunità come a Zanzibar, nell’isola di Djerba in Tunisia e nel Gebel Nefusa e a Zuara in Libia.

Gli Ibaditi nordafricani sono due volte minoranza perché sono amizirofoni (berberofoni) che vivono in nazioni che ufficialmente si dichiarano solo arabe. I Mozabiti, in modo particolare, sono conosciuti per essere una comunità molto operosa e solidale. Abili commercianti, hanno fatto dell’Oasi di Ghardaia in Algeria una piattaforma di scambi commerciali tra Africa subsahariana, Sahara e zone mediterranee, oltre che una meraviglia architettonica e urbanistica studiata dai più grandi architetti e classificata patrimonio dell’umanità.

Gli Scianba e il disagio dei beduini urbanizzati

La seconda popolazione autoctona della valle è quella degli Scianba, una delle tribù di pastori nomadi, provenienti dall’Arabia, che vivono alle porte del deserto nordafricano. Tradizionalmente pastori, allevatori di cammelli e carovanieri, le loro attività economiche erano in perfetta simbiosi con quelle dei Mozabiti agricoltori, artigiani e commercianti. Questa simbiosi si trasformò attraverso i secoli in una pacifica e duratura convivenza. I problemi sono nati in epoca moderna, perché le attività tradizionali degli Scianba sono oggi condannate a scomparire: le famiglie di allevatori nomadi si sono sedentarizzate e le carovane di cammelli appartengono ormai al passato, mentre le attività dei Mozabiti non conoscono crisi e si sviluppano in modo esponenziale.

Naturalmente, sul territorio, questa situazione ha dato luogo a un clima esplosivo, in cui una comunità sta bene, lavora e prospera e l’altra soffre di povertà, di ignoranza e di tutti i mali legati all’ozio e alla disperazione. Poco a poco i pregiudizi tradizionalmente presenti tra le due comunità si si sono gonfiati e hanno preso il sopravvento sul rispetto reciproco sviluppato in secoli di vita comune. Ormai basta una scintilla, una rissa tra due persone o una partita di calcio finita male, perché orde di giovani beduini disoccupati si radunino per saccheggiare le botteghe e le officine dei commercianti mozabiti. È successo varie volte dagli anni 80 a oggi, ma dopo l’intervento dell’autorità e la mediazione degli anziani delle due comunità, la calma è sempre tornata abbastanza velocemente. Ma le sommosse cominciate nel dicembre del 2013 alla fine di un derby tra due squadre di calcio locali sembrano non voler più finire.

La crisi del sud algerino

Le nazioni del Maghreb moderno si sono costruite a partire dall’immaginario politico sviluppatosi nelle città del nord più vicine alla costa mediterranea. Per molti anni i movimenti di liberazione nazionale hanno considerato i territori sahariani come una sorta di mare interno, un territorio trascurabile. Leggendo i documenti storici sullo sviluppo dell’idea di nazione e di Maghreb durante la lotta per le indipendenze ci si rende conto chiaramente che fu la scoperta del petrolio a Edjélé, nel 1956, in piena guerra di liberazione algerina a cambiare questa visione. I “non-territori” del Sud hanno immediatamente acquisito una importanza capitale sia per la potenza coloniale, sia per i movimenti di liberazione delle tre giovani nazioni maghrebine (Tunisia, Algeria e Marocco), che successivamente, proprio a causa di questa questione si sono divise profondamente arrivando anche a confrontarsi in brevi scontri armati, tra cui la cosiddetta “guerre des sables” tra l’esercito della Repubblica algerina, indipendente da pochi mesi, e quello del Regno del Marocco, nel 1963.*

Dopo l’indipendenza dei diversi stati, tutti i territori sahariani del Magreb dono divenuti come delle colonie interne. Tutti i poteri sono centralizzati nelle città del nord. Al sud si guarda come a una vasta riserva di materie prime da impiegare per lo sviluppo del nord, mentre i popoli del sud sono bloccati nella propria condizione di indigenza: senza lavoro, senza servizi, senza educazione di qualità, senza infrastrutture. Non è un caso se in Tunisia la rivoluzione è iniziata a Sidi Bouzid, una città nel sud del paese.

In Algeria i territori sahariani sono più grandi dell’Europa intera. Forniscono ricchezze enormi quanto la disperazione delle loro popolazioni che li abitano. Non solo il ricavato della vendita del petrolio e del gas estratto sul loro territorio non torna verso il sud, ma gli abitanti autoctoni non hanno nemmeno accesso ai lavori non specializzati legati alle attività estrattive. Tutto il lavoro è svolto da operai, tecnici e quadri provenienti dal nord, che vivono in basi isolate dove fanno turni di 4 settimane di lavoro e 4 settimane di congedo a casa, nel nord, come i lavoratori delle piattaforme in mezzo all’oceano.

Negli ultimi anni ci sono stati vari scontri tra le forze dell’ordine e gruppi di giovani delle città del sud che chiedevano condizioni di vita più dignitose. Sull’onda delle primavere arabe, anche il Sahara, tradizionalmente silenzioso, si è svegliato chiedendo più diritti e più dignità.

In questo clima di rabbia diffusa nel sud algerino anche i giovani Scianba della Valle del M’zab hanno inscenato varie proteste contro la povertà e la mancanza di lavoro e di servizi. Ma qui, diversamente da ciò che è accaduto altrove, non è stato difficile deviare la rabbia e le frustrazioni dei giovani Scianba verso la minoranza dei Mozabiti.

Un regime in decomposizione

Un altro aspetto che certamente ha avuto un ruolo nel dilungarsi di fenomeni di violenza inter-comunitaria nella valle del M’zab è lo stato in cui si trova il regime algerino. Alla fine degli anni Novanta, con l’arrivo al potere di Abdelaziz Bouteflika, un accordo è stato trovato tra l’esercito, le forze politiche al potere e l’opposizione islamista per ristabilire la pace e portare sollievo a un paese dilaniato da quindici anni di guerra fratricida.

Bouteflika si è insediato alla presidenza come mediatore tra le varie forze opposte, ma progressivamente ha accumulato molto potere nelle proprie mani, cambiando varie volte la costituzione e intaccando poco a poco il potere dei generali, fino ad assomigliare più a una sorta di autocrate che a un Presidente della Repubblica. Ma il ‘re’ è oggi moribondo. Gravemente malato, molti dicono che non è più in grado di intendere e di volere. Le sue apparizioni pubbliche sono rare e brevi. A dire il vero è anche arrivato in chiusura del suo terzo mandato consecutivo e potrebbe semplicemente andare in pensione in tutta tranquillità. Ma chi gli sta attorno ha insistito per ricandidarlo per un quarto mandato nonostante gli articoli della costituzione (molto ‘elastici’ in Algeria) e quelle (invece più rigide) della natura. Alla fine è stato anche rieletto, ma la sua presenza istituzionale è sempre più evanescente.

Questa situazione di vuoto di potere – il presidente non è circondato da personalità forti e in grado di sostituirlo – sta creando un vero disastro sociale, politico e economico in Algeria. Il paese è abbandonato a se stesso. La corruzione che era già cresciuta tanto negli anni del dopoguerra, ha ormai raggiunto un livello insopportabile.

Le forze dell’ordine non fanno eccezione e nella regione del M’zab l’atteggiamento scandaloso della polizia, che si è schierata apertamente dalla parte dei saccheggiatori Scianba ha contribuito non poco a fomentare i malumori nella popolazione Mozabita. Sono innumerevoli i video e le foto su internet in cui si vedono le bande di giovani assalitori dei quartieri ibaditi nascondersi dietro le forze dell’ordine quando i Mozabiti contrattaccano per difendere le proprie abitazioni e famiglie. Ci sono anche immagini che riprendono agenti in divisa che partecipano allegramente ai saccheggi, servendosi nei negozi e nei magazzini. Le testimonianze sulla repressione nei confronti di chi difende la propria casa sono centinaia: pestaggi, arresti e torture. Mentre, dall’altra parte, gli atti di vandalismo rimangono impuniti. Questo è dovuto a almeno due fattori sicuri: il primo, che il contenuto dei negozi mozabiti fa gola anche ai poliziotti, abituati ad arrotondare lo stipendio con mezzi poco legali; il secondo, che, non ricevendo (volutamente o no) direttive chiare e precise per mettere fine agli scontri, gli agenti e i piccoli ufficiali locali si schierano un po’ secondo la propria sensibilità politica e culturale.

L’eco dei conflitti mediorientali

Un altro elemento che ha sicuramente giocato nettamente sul dilungarsi e la propagazione degli scontri nella valle del M’zab e nelle altre città dove convivono Mozabiti e Scianba, è sicuramente l’influenza negativa degli scontri interconfessionali che stanno dilaniando il Medio Oriente. Siamo nell’era di internet e dei social media. Tutto viaggia alla velocità della luce: anche gli odi più arcaici. I siti e le pagine Facebook che inneggiano alla “guerra” contro gli “apostati Kharigiti” si rifanno alla lotta dei movimenti integralisti sunniti per la dominazione del Mondo arabo. Per la prima volta nella storia degli scontri si usano invece dei nomi tribali, Scianba contro Mozabiti, i nomi di appartenenza religiosa: sunna contro khawarig. Una tendenza già iniziata durante gli anni ‘90, quando gli islamisti del Fis cercarono di aizzare le popolazioni arabe contro i Mozabiti che ovviamente, pur molto religiosi e conservatori, non potevano appoggiare un progetto di Stato teocratico sunnita. Ma il Fis fece la fine che tutti conosciamo e l’animosità contro i mozabiti che non votarono per “il partito di Dio” finirono presto. O almeno così sembrava.

Oggi, in un clima in cui la convivenza interconfessionale millenaria sembra messa in serio pericolo dai conflitti in Siria, Libano e Iraq, l’uso delle differenze religiose e etniche per affermare dominio e potere su ogni territorio è chiamato a acquisire un’importanza sempre maggiore. E questo sicuramente non giova al futuro della valle del M’zab.

Il male dell’Algeria

In un lucido intervento sulla stampa nazionale, Abderrahmane Hadj-Nacer, brillante economista ed ex governatore della Banca Centrale d’Algeria, ha descritto il conflitto della valle del M’zab come un sintomo rivelatore della grave malattia che colpisce il paese. Malattia che si può sintetizzare in due parole: corruzione e violenza.

I rapporti negli ultimi anni in Algeria sono stati regolati principalmente con questi due strumenti. La corruzione: si usano le enormi ricchezze prodotte dalle risorse energetiche per comprare il consenso popolare, le opposizioni, i sindacati, le associazioni; per comprare la lealtà dell’amministrazione, dell’esercito, delle forze dell’ordine, si comprano le popolazioni che protestano, si comprano i media nazionali e internazionali, si compra la benevolenza della comunità internazionale. La violenza: chi non è sensibile al linguaggio dei soldi, e ne rimangono pochi, lo si zittisce con l’uso della violenza. È ovvio che in una società in cui regna questa cultura dei rapporti, anche le relazioni tra la piccola gente sarà gestita con violenza e prevaricazione. Poi se questa violenza sarà definita ‘etnica’ o ‘religiosa’, cambia poco la sostanza. Se il male è quello che colpisce l’intero paese, è naturale che anche la soluzione dei problemi nella provincia di Ghardaia non potrà venire che dopo una riappacificazione dell’intera nazione attraverso soluzioni politiche adeguate alla profonda crisi che la colpisce.

Vuol dire che alla valle del M’zab non resta che pregare che ad Algeri si trovino soluzioni per uscire dalla grave crisi politica. Poi se le preghiere saranno secondo il rito sunnita o ibadita, poco importa.

*Un libro molto interessante sulle indipendenze e la decostruzione del progetto magrebino comune è stato recentemente pubblicato in Italia: L’ Algeria e il Maghreb”, di Caterina Roggero, Mimesis 2012. Una mia recensione del libro qui.

 

Da Reset-Dialogues on Civilizations

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