La mattina di quel 13 giugno 1990 fu una delle più brutte della mia vita. Eppure il giorno e la serata precedenti, fino a tardi, erano stati fra i più belli. Una vera doccia fredda.
Il 12 giugno in Algeria si organizzavano le prime elezioni libere della storia del Paese. Durante il colonialismo le elezioni erano truccate dall’amministrazione coloniale per mantenere al potere i suoi scagnozzi. Mentre dal 1962 in poi fu il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) a occuparsi della falsificazione sistematica di ogni consultazione elettorale.

Algeri 1992. “FIS” e, in arabo, “Stato Islamico” . AFP/ANDRE DURAND ABDELHAK SENNA

Ci sono voluti molti anni e tanta lotta per arrivare a quel giorno. C’è stato il tentativo di ribellione armata del Fronte delle Forze Socialiste (Ffs) del 1963, la protesta in Parlamento seguita dall’arresto e poi l’esilio forzato dei leader storici della rivoluzione, ci sono state le lotte nella clandestinità, gli scioperi, la primavera berbera del 1980, repressa nel sangue, le rivolte popolari della casbah di Algeri e di Constantina. Poi dopo anni di subbugli arrivò il 5 ottobre 1988, con la sua scia di sangue e di speranze. Finalmente il sistema del partito unico fu revocato.
I partiti, i movimenti e e le associazioni potevano finalmente uscire all’aperto e attivarsi in libertà. Fu un vero periodo di felicità. La libertà sembrava toccare tutti i settori. I giornali indipendenti nascevano come fiori a primavera, di partiti e associazioni nazionali perdemmo il conto molto presto. Sembrava che ogni algerino volesse avere il suo partito personale. I leader dell’opposizione avevano finalmente accesso alle radio e alla tv di Stato. L’era della dittatura e dell’unanimismo sembrava svanita per sempre.
Ma uno dei primi partiti a deporre il suo dossier presso il ministero degli interni, era stato il Fronte Islamico della Salvezza (Fis). Diceva che il popolo algerino doveva fare una scelta precisa: con l’Islam o contro l’Islam, con Dio o contro Dio. Entrava a far parte del gioco democratico, ma con le intenzioni dichiarate di abolirlo appena avrebbe avuto accesso alle istituzioni.
Le condizioni per creare questo partito erano molto oscure. La sua evoluzione lo fu ancora di più. In pochi mesi divenne il più grande partito del Paese. Più potente del vecchio Fronte di Liberazione Nazionale. I suoi militanti erano riconoscibili: gli uomini portavano barbe lunghe e vestivano spesso lunghe tuniche afghane o pachistane, le donne portavano il hijab nel migliore dei casi e nel peggiore erano coperte dalla testa ai piedi come sarcofaghi ambulanti. E la loro presenza si moltiplicava nel territorio a una velocità spaventosa.
Io abitavo in Cabilia e lì le cose erano molto diverse. Da noi l’opposizione al potere centrale di Algeri era una tradizione fin dalla tentata rivolta armata del 1963. Poi ci fu, dopo la primavera berbera, il Movimento Culturale Berbero (Mcb) che era all’avanguardia di tutte le lotte. Da noi i “barbuti” non portavano niente di nuovo, mentre nel resto del territorio furono visti come unica alternativa al regime corrotto del Fln. È in queste condizioni che si arriva alle elezioni del 12 giugno.
Quel giorno non andai a votare. Io ero allora attivista di una piccola formazione di sinistra radicale e nel mio comune non c’era una lista che ci rappresentasse.L’Ffs di Ait Ahmed aveva chiamato a boicottare le elezioni per ragioni che non ricordo più e il più debole Raduno per la Cultura e la Democrazia (Rcd) di Said Saadi rnon ce l’ha fatta a costituire una lista e quindi la partita si giocava tra una lista indipendente (sostenuta dal RCD) e  il vecchio Fln con le sue poche decine di nostalgici. Non andai a votare, ma andai al conteggio dei voti. Non potevo perdermi la festa della prima consultazione libera e trasparente. La sala era piena e ogni bollettino a favore della formazione dominante era accolto con grida e applausi. Mentre quelli a favore delle altre formazioni erano accolti con battute ironiche e risate. Ma era tutto senza cattiveria. Non c’era nessuna tensione. Verso mezzanotte, i responsabili del centro elettorale del nostro paesino portarono, accompagnati da tutta la folla con canti e balli, le urne e i verbali dei conteggi alla sede del comune. Poi dal comune si staccò un corteo di macchine che portò i risultati verso il capoluogo della sottoprefettura. Lì la festa fu ancora più grandiosa con la gente di vari comuni radunati insieme. Andammo a dormire verso l’alba, il cuore gonfio di gioia. Pensavamo di aver vissuto il giorno della fine della dittatura.
Invece quando ci svegliammo al mattino fummo travolti dalle cattive notizie provenienti da tutto il Paese. L’RCD aveva preso molti comuni della Cabilia e le due province principali (Tizi Ouzou e Bejaia). Anche se spesso i militanti del Ffs hanno dovuto rompere la loro decisione di boicott per non vedere alcuni comuni cadere in mano agli islamisti. Ma gli integralisti del Fis avevano vinto quasi ovunque fuori dalla Cabilia. Con il 54% dei voti espressi si erano aggiudicati 953 comuni su 1539 e 32 province su 48. Uno Tsunami politico. Il futuro si annunciava nero.

fis

Da quel risultato cominciò una corsa frenetica. La presa di potere da parte del “partito di Dio” sembrava imminente. Qualche mese dopo cominciò il braccio di ferro tra i militari e gli islamisti che finì con la vittoria schiacciante di questi ultimi alle elezioni legislative e con l’arresto del processo elettorale con un colpo di stato delle forze armate. Vi sembra di conoscere questo scenario? Eh sì, sembra di parlare dell’Egitto di oggi. Solo che si svolgeva più di 20 anni fa.
Speriamo che la storia egiziana non andrà a finire come quella algerina. Perché il colpo di stato portò a una interdizione e una repressione feroce del Fis e poi a una guerra civile che generò centinaia di migliaia di morti. La famosa “sporca guerra” degli anni ’90 che segnò la nostra generazione per sempre.

INTIK: “Presi tra due fuochi

 

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