tahrir-copia-1.jpgNel momento in cui scrivo, i morti su Piazza Tahrir, al Cairo, sono decine. I militari egiziani venduti dai media internazionale come alleati dei giovani rivoltosi, stanno massacrando questi ultimi come, o forse più che, all’epoca del vecchio Rais.

Quello che era iniziato circa un anno fa come una rivolta pacifica nel Magreb, e che poco a poco ha contagiato tutto il mondo arabo, ha preso una piega troppo complessa e diversificata da paese a paese per poterlo descrivere come un fenomeno unico. Ormai solo la contemporaneità permette di continuare a chiamarlo: “primavera araba”. Una primavera che in certi casi si è già tinta con i colori dell’autunno.

Dopo lo stupore iniziale…

All’inizio, secondo me, il fenomeno ha colto tutti quanti impreparati. Chi più chi meno. Certo che c’è una differenza abissale tra la diplomazia statunitense, che all’indomani delle prime sommosse si era già accordata con i papabili tra i militari tunisini e egiziani per una sostituzione veloce e indolore dei tiranni diventati ormai impresentabili, e le diplomazie europee che continuavano ciascuno a coccolare il proprio dittatore prediletto, fino all’ultimo minuto.

O ancora le diplomazie arabe divise tra le tradizionali rivalità tra i rispettivi regimi, l’obbligo per molti di non allontanarsi troppo dalla linea tracciata dalla NATO e la paura di aiutare a scavare una fossa per il proprio vicino e finire per caderci dentro, prima o poi.

È in questo clima di complotti, giochi sporchi, violenza, repressione, viltà e cupidigia che continuano le popolazioni di tutta l’area a resistere e lottare per una vita migliore, ognuno con intensità, modalità e ritmi diversi.

Tunisia. Il tiranno è caduto, abbattere la tirannia è un’altra storia

La Tunisia, il primo paese ad aver portato a termine la rivolta contro il tiranno, cerca ora di abbattere la tirannia. Non è così facile, come l’hanno capito molti giovani attivisti. Le folle abituate ad essere sottomesse, spesso cambiano un padrone con un altro, che credono più clemente. É così che il voto è andato in maggioranza relativa alla formazione islamica di Al-Nahda.

Spesso si agita la paura della vittoria dell’islamismo come se l’islam politico fosse una realtà omogenea. In realtà la galassia islamista è molto varia. E Al-Nahda, ad esempio, non assomiglia nessun altro partito islamista arabo e il suo leader, Rāshid al-Ghannūshī, è un uomo politico intelligente e di lunga esperienza. Dall’altra parte il mondo arabo non è più quello in cui il Fronte Islamico della Salvezza vinceva le elezioni, in Algeria, 20 anni fa.

I tempi sono cambiati, di mezzo ci sono state: la guerra civile d’Algeria, l’11 settembre, le guerre d’Iraq e d’ Afghanistan…E in fine ci sono state anche le rivolte di questo anno, in cui gli islamisti hanno avuto veramente un ruolo marginale, pur essendo ancora l’unica alternativa ai regimi regnanti strutturata e organizzata.

Ma questo non vuol dire che stiamo parlando di un partito qualunque, Al-Nahda rimane comunque un partito islamista, conservatore, molto conservatore anche se diplomatico, con tutte le sue contraddizioni e i collegamenti con la nebulosa islamista internazionale, che può, se ha le maggioranze necessarie, far fare alcuni passi indietro alla Tunisia in vari settori.

L’esperienza tunisina si sta dimostrando la più interessante. Il popolo ha dimostrato grande maturità in molte occasioni. E il percorso di riorganizzazione dello stato e di riscrittura della costituzione promette di essere ricco e stimolante, salvo sorprese. Questo è dovuto alla qualità del movimento tunisino. Nonviolento sin dall’inizio. Ma forse è dovuto anche in gran parte alla poca importanza strategica della Tunisia nello scacchiere regionale. Un piccolo popolo, un territorio bello ma povero in risorse naturali (almeno quelle che attirano l’avidità delle multinazionali), qualche centinaia di chilometri di deserto, terre da ortaggi e olio d’oliva, costa con belle spiagge e mare pescoso… il tutto schiacciato tra due dei più grandi e ricchi paesi dell’Africa: Algeria e Libia.

Egitto. da un regime miltiare all’altro

Diversamente stanno le cose con l’Egitto. Questo grande paese, il più popolato dell’area, 80 milioni di anime, è una vera e propria piattaforma di passaggio tra vari mondi: Europa/Africa/Asia, Maghreb/Machrek, Mediterraneo occidentale/orientale, Nord e sud del mondo. Discretamente ricco di risorse naturali, l’Egitto è invece una vera e propria miniera di cultura. Vero baricentro culturale della regione, ha dominato per tutto il secolo scorso il mondo arabo con la sua produzione letteraria e artistica. Quello che succede in Egitto è visto e vissuto in diretta in tutto il mondo arabo, da quando il re Farouq, negli anni 40,  incoraggiò l’editoria, l’industria cinematografica e discografica. Centralità che fu amplificata con la creazione, nell’era di Gamal Abdennasser, di Radio Cairo: la prima radio, non appartenente ad una potenza coloniale, a diffondere musica e notizie sul mondo arabo e l’Africa orientale.

Ciò che succede in Egitto ha ripercussioni su tutta la macro regione ma in modo particolare sui vicini diretti. E tra i vicini diretti c’è Israele!

Ecco quindi che l’esito delle rivolte non è così indifferente. Ecco quindi che il percorso verso una riorganizzazione del campo politico ed economico in Egitto non può avvenire senza dolori. E la mattanza di questi giorni su Piazza Tahrir è solo l’inizio dei dolori, a mio parere. Perché l’esercito egiziano, presentato come salvatore del popolo, è in realtà la base del problema. Al potere sin dal colpo di stato del 1952, i suoi alti ufficiali hanno acquisito un potere politico ed economico senza limiti. Ma dall’arrivo di Mubarak a oggi, questo esercito ha anche un altro ruolo “primordiale”: é il garante dell’allineamento del paese sulle posizioni occidentali e della sottomissione a tutti i capricci di Israele.

I manifestanti di Piazza Tahrir senza indicare Israele come fonte del male assoluto, come è corrente nell’ideologia islamista o nazionalista araba, hanno però dimostrato facendo pressione per rompere l’embargo su Gaza di non voler accettare meno di una soluzione giusta e dignitosa per tutti.

Chiudere i conti sospesi della guerra fredda

Le rivolte continuano a livelli diversi in molti paesi. Dei giovani, dal Marocco fino al Bahrein cercano di mobilitare la popolazione usando le stesse tecniche: internet, i social network, telefonini, dimostrazioni di piazza. Ma le mobilitazioni sono diverse da paese a paese. Molti sono i fattori che condizionano i numeri e l’intensità delle rivolte. La situazione interna, la natura del regime regnante, la situazione economica, la natura e il vigore della reazione dei governi e la copertura mediatica internazionale.

Questa ultima si è dimostrata spesso molto importante. Più un movimento era coperto mediaticamente dai canali satellitari, più cresceva e si diffondeva. E questa copertura mediatica non è casuale. Sembra dettata dal livello di allineamento sulle strategie NATO per il controllo della regione. Una protesta repressa con una decina di morti in Egitto, nello Yemen o nel Bahrein non sembra aver la stessa importanza di un evento simile in Siria o in Libia. Come se nella confusione creata dalle legittime rivolte dei giovani arabi, qualcuno ne approfittasse per sistemare conti mai chiusi dopo a fine della guerra fredda. Per allineare le ultime posizioni divergenti sulla sottomissione totale alla legge dei più forti.

Vittima di questo “restyling” della macro regione è già stato il regime libico. Molto vicini al fare la stessa fine della Libia e dell’Iraq sembrano essere anche la Siria e l’Iran.

Siria. Tra un regime marcio e i vicini cattivi

Il caso Siriano è molto interessante da studiare. Il paese mediorientale è governato dalla famiglia Al Assad da decenni. Il partito Baath ci regna senza condivisione e fa regnare sull’antica terra dei Caldei e dei Fenici un terrore assoluto. Le poche aperture politiche iniziate subito dopo l’inizio di regno dell’attuale presidente, nel 2000, sono state velocemente chiuse. E a parte le liberalizzazioni economiche e la diminuzione delle protezioni sociali, il regno del giovane Al-Assad non ha portato grandi cambiamenti. Il paese versa nella corruzione totale che si aggrava di anno in anno con l’aumento del caro vita. Questo è il quadro della situazione Siriana. Non molto diversa, bisogna dire, da quella di molti vicini. Una dittatura corrotta e corruttrice che va cambiata assolutamente. Ma che in sé ha molti pregi sopratutto al livello del sociale e dell’autonomia economica, che molti vicini invece non hanno.

Fino alla primavera si era creata una forte mobilitazione popolare e non violenta, all’immagine di quelle avvenute negli altri paesi. La repressione è subito stata anche essa vigorosa. E durante l’estate invece, come è successo in Libia, sono subentrate diserzioni dall’esercito e formazione di gruppi armati dissidenti. Quanto sia la spontanea reazione di semplici soldati stufi di veder massacrare la propria gente e quanta sia manipolazione da parte di reparti dell’esercito sostenuti o meno da potenze esterne che vorrebbero prendere il potere, non ci è dato sapere per ora.

Fatto sta che La Siria è molto, ma molto, mal circondata. A ovest e Sudovest il Libano e Israele, a sud la Giordania, a est l’Iraq e a Nord la Turchia. Tutti pronti a pugnalarla nella schiena, per una ragione o l’altra (e soprattutto per obbedienza alla NATO) e nessuno pronto a dare una mano perché i cambiamenti avvenissero in modo pacifico.

Su sottofondo di crisi, i paesi della Nato hanno gli occhi diretti sulla Siria (e sull’Iran) e, due passi avanti uno indietro, la stanno accerchiando. Non è lontano uno scenario alla Libica, in cui si entrerà ufficialmente per proteggere i civili e si finirà per organizzare un golpe e piazzare “le persone giuste ai posti giusti”.

Soltanto che la Siria è un vero e proprio mosaico di popoli che finora hanno convissuto in una pace relativa. Farla esplodere vuol dire far esplodere tutta la regione. Chi si porterà la responsabilità di far scattare questo cataclisma? Il premio nobel per la pace Obama?

Lui dice: “Yes we can!”

Io dico: “Speriamo di no”.