jasmineIn una prima riflessione all’inizio delle proteste in Magreb, avevo parlato di una possibile riorganizzazione del paesaggio politico da parte dei Francesi e degli Stati Uniti. Sbagliavo.  La Francia non ne sapeva nulla. Gli Stati Uniti un po’ di più, ma non sembrano avere il controllo della situiazione.

Oggi ci si chiede cosa potrebbe fare l’occidente, per aiutare la democratizzazione dei paesi della regione. E se si accontentasse per una volta di non fare nulla? Ma proprio propri! 

Nel mio primo intervento sulla situazione in Algeria e Tunisia, avevo parlato di una possibile riorganizzazione franco-statunitense del paesaggio politico locale. Sbagliavo pesantemente. La Francia sembra non essersi accorta proprio di nulla. Il ministro degli interni Brice Hortefeux si sarebbe lamentato, secondo “Le Canard Enchainé”, del fatto che la diplomazia militare americana era l’unica pronta e che  avrebbe gestito da sola l’esito del colpo di stato militare. Mentre la diplomazia francese non ha visto arrivare niente. Anzi, poche ore prima della fuga, la ministro degli esteri, Michéle Alliot-Marie, assicurava ancora alla dittatura tunisina che la Francia era a suo fianco e ricordava persino “il saper-fare della Francia in materia di sicurezza in Africa”. Sicurezza delle mafie, delle multinazionali criminali e dei dittatori… Bien-sur!

Quindi, mentre la Alliot-Marie sognava una sfilata dei Para francesi, tradizionali angeli custodi della “Françafrique”, in pompa magna sull’Avenue Bourguiba, l’addetto militare USA a Tunisi stava già monitorando la presa del palazzo presidenziale e negoziava l’uscita di scena di Benali.

La bottega Tunisia sta probabilmente cambiando proprietario. All’occasione si vuole approfittare per cambiare gestore, cambiare la vetrina e rinfrescare la facciata. Ma il personale, l’attività interna e le modalità di gestione sembrano voler rimanere le stesse.

Questo é probabilmente quello che é successo ai livelli alti. Ma la strada tunisina non vuole ingoiare la pillola senza reagire. Le manifestazioni continuano, quotidiane. Gli scontri non ci sono più o sono comunque pochi e di bassa intensità. Ma la popolazione non é rientrata a casa come le ha gentilmente suggerito l’esercito.

Ai gruppi di saccheggiatori hanno risposto organizzandosi in comitati di vigilanza nei villaggi e nei quartieri. Dalla vigilanza, questi comitati sono passati anche alla gestione della crisi di prodotti alimentari e al sostegno ai più bisognosi. Poco per volta, il cittadino tunisino prende coscienza che la politica é una cosa troppo preziosa per lasciarla in mano ai politici.

Di fronte al palazzo della Casbah, sede del governo provvisorio, alcune decine di persone hanno deciso di organizzare un sit-in permanente. Per mostrare il loro disaccordo con la scelta della nuova squadra dirigente, per chiedere un governo provvisorio fatto di persone pulite, non compromesse con il vecchio regime. Per chiedere l’apertura del campo politico e l’organizzazione delle elezioni, libere e democratiche, al più presto. Quelle decine di persone poi sono diventate centinaia.

Nel frattempo, l’esempio tunisino sta contagiando tutta la macro-regione, dal Marocco fino Allo Yemen. Dei giovani disperati si danno fuoco in luoghi diversi e lontani tra di loro, ma sempre per lo stesso motivo: assenza di presente e assenza di futuro.

In Egitto, le sommosse sono quotidiane e sembra che il popolo, anche qua, non vuole più stare un solo istante di più sotto quel regime corrotto e violento che lo umilia da decenni. In algeria una mobilitazione apartitica via facebook si sta trasformando in un “Fronte del Cambiamento”, raggiunto da sindacati, associazioni, partiti e movimenti. Nello Yemen, gli studenti sembrano decisi ad importare la “Rivoluzione dei Gelsomini.”

Per giustificare eventuali interventi, eventuali ingerenze, più o meno mascherate, delle potenze occidentali, già si comincia a parlare di rischio di caos o adirittura di “somalizzazione”. Oltre all’eterno estremismo islamico, e quindi “Al Qaeda”, che potrebbe nascondersi dietro al disordine e alle proteste.

Il rischio dell’integralismo c’è. Non lo si può negare. Ormai fa parte del paesaggio sociale e politico dei paesi musulmani. Per questo dobbiamo ringraziare l’alleanza anglo-americana e i loro servi nella regione, le monarchie del Golfo. L’hanno fatto nascere, l’hanno nutrito al seno con abbondanti petrodollari, l’hanno formato e addestrato. Ora é grande e cammina da solo. É realtà. Esiste. É onnipresente, minaccioso e pronto a prendere il potere ovunque ce ne sono le condizioni. Ma esiste soprattutto (e per questo talvolta mantenuto artificialmente) per giustificare il mantenimento dei sistemi corrotti in posto. Per mantenere la regione in un eterno sottosviluppo culturale, sociale, economico e politico. Per assicurare ai padroni del mondo il controllo della terra, delle risorse naturali, dell’acqua e delle menti delle persone.

Di certo, la cosa migliore che potrebbero fare l’Europa e gli Stati Uniti per aiutare i nostri paesi sarebbe a questo punto di smettere di aiutarli. Basta, grazie. Smettere di sostenere le dittature e le mafie, perché sarebbero il male minore. Lasciare la gente fare il proprio percorso politico. Non decidere per loro cosa è meglio e cosa è peggio. Smettere di difenderli da loro stessi. Lasciarli correre il rischio di farsi del male, di finire sbranati dall’orco barbuto. Magari mettere anche il guinzalio ai loro mercenari, ai loro trafficanti di armi, ai loro servizi segreti deviati o non deviati, ai loro contractors e ai loro esperti in sicurezza e altri consulenti militari…

Perché, alla fine, quel meno peggio che si è sempre cercato di salvare con questi metodi e mezzi sporchi, ha sempre portato soltanto al peggio del peggio. Ammesso che non sia proprio quello l’obiettivo.